C’è qualcosa in Ivan Ugrin che sfugge alla definizione, e forse è proprio lì che inizia il suo fascino.
Forse è per questo che continui a guardarlo.
Ivan non è solo il corpo che si muove, né un’immagine da guardare, anche se il corpo è lì, evidente, disponibile. È il modo in cui sfugge proprio mentre pensi di aver capito cosa sta facendo. Un gesto che sembra spontaneo e invece no, uno sguardo che non si concede mai fino in fondo.
Ivan Ugrin è una presenza che attraversa i linguaggi — danza, moda, performance — con una naturalezza disarmante, come se non esistessero confini, solo variazioni di intensità. Ivan invita e trattiene qualcosa. E proprio in quella sottrazione si apre una tensione sottile, quasi magnetica, tra vulnerabilità e controllo, desiderio e autonomia.
Ivan Ugrin è cresciuto tra l’Europa dell’Est e Berlino, porta addosso una stratificazione precisa: disciplina, club culture, una certa idea di libertà che non ha bisogno di essere dichiarata. Arriva dalla danza, ma non ci è mai rimasto dentro in modo ordinato.
Negli ultimi anni ha attraversato set, passerelle e performance seguendo una traiettoria tutta sua, istintiva, difficile da incasellare.

Poi, a un certo punto, un’immagine.
Quella che inizia a circolare ovunque, che resta, che si fissa. Non tanto per quello che mostra, ma per quello che trattiene. Da lì in poi qualcosa cambia — visibilità, sguardi, possibilità — ma senza spostarlo davvero dal suo asse.
É come se per Ivan non ci fosse niente da dimostrare. E infatti non dimostra. Fa. E basta.
E in quel “basta” succede qualcosa di raro: non stai guardando qualcuno che vuole essere visto, ma qualcuno che decide quanto farsi vedere. E resta.
C’è una qualità rara nel suo lavoro: quella di far sembrare tutto istintivo, anche quando è profondamente consapevole. Possiede una forma di libertà che non ha bisogno di dichiararsi, perché si percepisce. Una autenticità che non ha bisogno di essere dichiarata. Che si intravede, si sposta, cambia forma.

C’è desiderio, sì. Ma non è mai completamente accessibile.
C’è controllo, ma non è mai rigido.
C’è libertà.
E allora resti lì, un secondo in più del necessario.
A chiederti cosa hai appena visto.
Forse è per questo che continui a guardarlo.

Il tuo corpo sembra pensare ancora prima di muoversi. Ricordi quando hai capito per la prima volta che il movimento poteva essere una forma di coscienza?
Il corpo in realtà ricorda. Conserva tutta la nostra storia. Non riesco davvero a ricordare la prima volta in cui me ne sono resə conto, ma posso dirti che ancora oggi il mio corpo ricorda spettacoli che ho fatto 5 o 10 anni fa.
Quando ho bisogno di richiamare i passi con la mente, spesso è il mio corpo a prendere il sopravvento e a ricordarmi cosa viene dopo.

Come danzatore e movement director, lavori su quel confine sottile tra controllo e abbandono. Ti interessa di più costruire un gesto o lasciarlo accadere?
Adoro improvvisare movimenti. Sul momento, lasciando che il mio corpo informi i miei movimenti in base a come mi sento quel giorno, in quell’istante, alla musica che sto ascoltando, all’ambiente che mi circonda, alla stanza in cui mi trovo.
Amo la libertà che questo mi dà.

Ti muovi tra danza, moda e performance come se fossero lo stesso linguaggio. Vedi davvero una differenza, oppure è solo una questione di contesto?
Onestamente, non vedo una differenza tra essere sul palco a esibirmi/danzare, essere su un set durante uno shooting, o camminare su una passerella. Per me è tutto performance.
Quello che succede nella mia testa è: mi sento leggermente nervoso perché voglio fare bene, ma mi fido completamente di me stesso e delle mie capacità.
Sono nervoso nei primi 5 minuti, ma poi mi concentro subito sulla performance e diventa solo divertimento!

Come modello, il tuo corpo viene costantemente interpretato dagli altri. Dove collochi la tua voce all’interno di un’immagine che è già stata costruita?
Sono consapevole che le persone interpretano me, la mia personalità o il mio corpo, ma non mi disturba davvero. Cerco semplicemente di essere me stesso, autentico e a mio agio in qualsiasi tipo di performance che verrà condivisa online. Do molta importanza alla buona comunicazione e alle intenzioni delle persone.

Nella campagna di Loewe, la tua immagine risultava quasi iconica — intima, sensuale, ma anche narrativa. Che tipo di spazio è diventato quel set, e cosa ci hai portato tu?
“Drink Your Milk” è stata la mia primissima campagna di moda. Ero molto nervoso nel viaggiare da solə a Madrid per lo shooting. Entrando sul set, però, tutti erano estremamente gentili, accoglienti e affettuosi. Scattare la campagna è stato davvero divertente. Ho sentito di poter essere al 100% me stesso.
Per me, su un set, è molto importante avere una buona connessione con il/la fotografo/a. E questo è successo con la fotografa Angela Suarez. Sapeva cosa voleva ed era molto chiaro nelle indicazioni.

L’immagine di “Drink Your Milk” sembra uno di quei momenti di moda che restano impressi. Com’è stato lavorare con Jonathan Anderson?
In realtà non ho incontrato Jonathan durante lo shooting della campagna “Drink Your Milk”.
L’ho conosciuto quando mi ha invitato a partecipare al lookbook di JW Anderson. Nutro enorme rispetto e gratitudine nei suoi confronti. È stato molto gentile e generoso con me. Sono qui grazie a lui, perché la campagna è diventata virale, dandomi molta visibilità e, successivamente, altre opportunità.

In un sistema che estetizza continuamente i corpi, come preservi — o reinventi — la verità di un gesto?
Penso che la chiave sia l’autenticità. Liberarsene dallo sguardo degli altri. Cosa è vero per te? Cosa ti rende felice? Come ti piace muoverti? Cerco sicuramente di fare questo.

All’interno della comunità LGBTQI+, il corpo è spesso uno spazio politico oltre che personale. Il tuo lavoro parte da questa consapevolezza o ci arriva in un secondo momento?
Credo fortemente che tutta l’arte sia politica, anche quando cerca di essere distante dalla politica.
Come persona queer, creo qualcosa dal nulla. E quel “qualcosa” passa attraverso il mio corpo.
La mia esistenza è politica, quindi tutto ciò che creo lo è a sua volta.
Quindi, per rispondere alla tua domanda: sì, questa consapevolezza è sempre presente, anche se in secondo piano.

Ti è mai capitato di trattenerti, per paura di essere frainteso, o hai sempre seguito l’istinto?
Sì, mi è capitato.
Sono una persona che pensa troppo e non mi è estraneo dubitare di me stesso, ma sono anche molto intuitivo e percettivo. Quando si tratta delle persone di cui mi circondo o di scelte di vita/lavoro, mi affido alla mia intuizione e al mio istinto.

Nelle immagini, il tuo corpo sembra abitare uno spazio molto esposto al desiderio — ma mai del tutto accessibile. Ti senti mai più guardato che veramente visto? E che tipo di potere c’è, per te, nel restare leggermente fuori portata?
Onestamente, penso che non sia possibile conoscere davvero una persona solo guardando il suo account social. Siamo tutti individui molto complessi, con le nostre storie ed esperienze.
Quindi, per me, chiunque online è “leggermente fuori portata”. Ho capito che non puoi controllare come gli altri ti vedono, e come gli altri vedono me non ha nulla a che fare con me, ma tutto a che fare con loro.

All’inizio, i miei social erano un esercizio personale di autostima.
Volevo pubblicare quella foto in cui penso di apparire bene, perché nella vita reale dubitavo molto di me.
Per me Instagram era uno spazio sicuro, dove col tempo l’online ha iniziato a influenzare la vita reale e viceversa. Attraverso la “validazione degli sconosciuti” ho acquisito sempre più sicurezza.

C’è un filo di ironia nel tuo lavoro — come una piccola crepa nella superficie dell’immagine. È istinto o un modo per controllare come vieni percepito?
Quando lavoro, sia su un set che durante una performance, entro in una modalità performativa.
Direi che quelle piccole crepe di ironia sono scorci del mio io più autentico.
Dico sempre che non mi prendo troppo sul serio e cerco di affrontare la vita con umorismo.
È anche il mio meccanismo di difesa, ah!

Fotografarti è davvero divertente. Cosa ti è rimasto della giornata sul set con TOH!?
Oh, sono davvero felice di sentirlo. Mi sono divertito molto durante lo shooting. Ho amato gli outfit. Ho amato l’energia sul set. Siete statə molto dolci, calorosi e accoglienti.

Dai l’impressione di essere una persona molto libera — di quelle con cui è facile entrare subito in connessione. Da dove nasce questa apertura?
Sono molto felice che questa sia la vostra prima impressione di me. Credo che sia semplicemente ciò che sono. Amo connettermi con gli altri, ascoltare le persone, e aiutare chi posso.
Il nostro tempo su questa terra è molto limitato, quindi perché essere stronzi quando si può semplicemente essere gentili?

Photography and Styling Alex Vaccani with Alessandro Marzo
Grooming Florianna Cappucci @ Greenappleitalia

